La vita di ognuno di noi è la cosa più importante. Per ognuno di noi. Una frase fatta. Semplice. Vera. Ma cosa significa questa frase?

Beh, il significato invece cambia, a volte in maniera drastica, da persona a persona, da storia a storia.

Sarebbe troppo generico dire che lo scopo di tutti, delle vite di tutti, è essere felici. Sì, perché anche la felicità non ha una definizione univoca, anzi non la ha quasi mai. Alcune cose ci rendono felici e magari non sapevamo neanche di desiderarle.

Ad esempio, mi viene in mente la storia dell’uccellino in gabbia che sogna la libertà. Passa tutta la vita a fissare le sbarre, con rancore: guarda quella barriera come il limite alla sua felicità, dannandosi della sua condizione di prigioniero. Quando il suo padrone, in un attimo di distrazione, un giorno, lascia lo sportellino aperto, lui senza esitazione prende il volo. Si ritrova in uno spazio immenso e senza limiti, con altri uccelli che gli volano intorno, più grandi e veloci di lui. All’euforia quasi subito subentra la paura, quasi la disperazione. In quel momento effettua una virata repentina, poi la picchiata, e durante la discesa violenta vede in lontananza la sua gabbia. Il padrone non è ancora rientrato e lo sportellino è lì, ancora aperto. Non ha un attimo di esitazione a rientrare nella sua prigione, nella sua casa, e se potesse, chiuderebbe lui stesso lo sportellino alle sue spalle.

Tutti in qualche modo viviamo in una gabbia che odiamo. Su, sappiamo che è così, e con gli anni ho capito, in maniera del tutto generica ed empirica, che forse la chiave della felicità è scegliersi la propria gabbia, arredarla con cura, e soprattutto accettare che la libertà è un concetto ancora più astratto della felicità, e soprattutto che ci si sente davvero liberi quando abbiamo dei limiti imposti, anche da noi stessi.

Effettivamente, ho la malsana abitudine di fare digressioni un po’ troppo lunghe, perdonatemi.

Comunque, ciò che mi ha portato su un furgone dei panini, è un po’ come la storia dell’uccellino. Tutte le parti della storia: la voglia di libertà, la paura di essa, e insieme la presa di coscienza di stare bene in una gabbia; in una gabbia, però, disegnata totalmente da me, voluta in tutte le sue parti da me.

Premetto che non vi sto raccontando una storia di successo. Non sono uno di quelli che è arrivato in cima, insomma. Vi sto raccontando solo la mia storia, una storia che sto ancora vivendo, tutti i giorni. Un viaggio che non so ancora dove mi porterà. Nella convinzione che non conta la destinazione, ma solo il viaggio.

Il mio viaggio è cominciato molti anni fa, forse.

Potrei dire da bambino. La passione per la cucina, probabilmente, l’ho ereditata da mia madre, insieme a quella per l’accoglienza. Ecco: l’accoglienza, prima del cibo.

Quella cosa innata di aprire le porte di casa sempre volentieri a chiunque. Diciamo, però, che il disegno di un furgone di panini si è formato nella mia testa almeno 10 anni fa, quando ho cominciato a studiare seriamente la cucina e le cene con gli amici, oltre che accoglienti, cominciavano a diventare sempre più complesse ed elaborate.

In quei momenti nella mia mente, però, cominciò a farsi spazio l’idea di racchiudere una ricetta, fatta di sapori e consistenze, profumi e aromi complessi in una specie di microcosmo finito, un pianeta di gusto, in poche parole in un panino.

Ricordo chiaramente che anche il nome, Soul Burgers, nacque proprio in una di quelle cene e credo di aver capito in quel momento che quella che era una fantasia sarebbe poi diventata un progetto concreto.

Nella mia vita (sono più che quarantenne ormai) ho quasi sempre sbagliato i tempi.

In tutti i campi: sentimentale, imprenditoriale, ludico, sportivo. Insomma, ho sempre avuto un brutto rapporto col tempo. Sotto i 25 anni, un’idea mi balenava in mente alla mattina e alla sera era già realizzata. Non metabolizzavo niente. Tutto era un flusso rapidissimo.

Un’esplosione di presunzione, molti dicono genialità, e una cospicua dose di denaro che confluiva in un magma confuso, estremamente faticoso e, soprattutto, molto molto poco piacevole.

Nel caso di Soul Burgers invece, è stato l’esatto inverso. Ho fatto crescere dentro di me l’idea, l’ho allevata con cura, pazienza e studio, con il risultato di aver sbagliato i tempi all’inverso.

Dalla nascita del concetto alla sua realizzazione ci sono voluti sei lunghi anni, e non perché il progetto fosse così complicato da mettere su, anzi, ma per paura.

Avevo paura di rovinare il sogno, avevo paura di annoiarmi, avevo paura di non essere all’altezza.

Soprattutto, avevo paura della vita che questo progetto mi avrebbe portato a vivere, e quindi di fallire, miseramente su più livelli. Probabilmente se avessi perlomeno dimezzato i tempi, Soul Burgers avrebbe mosso i primi passi senza la jungla di concorrenti validi con cui si trova a “combattere” oggi.

Quando ho deciso di fare sul serio, mi sono chiesto cose semplicissime. Cosa odi del tuo lavoro attuale? Quali sono le criticità umane e imprenditoriali che sei costretto a vivere? Cosa metti e cosa puoi mettere di tuo in esso?

Scegliere un’altra strada, quando una strada maestra già ce l’hai, presenta delle difficoltà estremamente diverse, infatti l’ho capito subito.

E rispondere alle domande di sopra mi ha aiutato a superarle. La farmacia è un pachiderma, lento, ma inesorabile, pesante e difficilmente guidabile. Sei schiavo di numeri che devono essere per forza altissimi, per sopperire alle spese enormi che devi sostenere per consumi e dipendenti.

Lavorativamente vivi una condizione estremamente poco elastica e duttile. Inoltre qualsiasi iniziativa personale, ha un effetto estremamente marginale sui numeri di cui sopra.

Inoltre, guidare una nave così, dove la ciurma è fatta di farmacisti come te, che hanno studiato quanto e più di te, ti fa avere a che fare con persone eccellenti, ma spesso scontente del loro lavoro e delle loro vite professionali, e stimolarli è davvero difficile quanto fondamentale.

Evitare tutte queste cose, è stato il diktat di Soul Burgers sin dai primi momenti della sua ideazione.

Non volevo più rincorrere i numeri. Non volevo imposizioni dal mercato. Non volevo una squadra di infelici. E soprattutto volevo un luogo dove il mio impegno totale, si sarebbe tradotto in un risultato, un qualsiasi risultato, ma che fosse figlio mio e non di una campagna pubblicitaria particolarmente riuscita.

Forse la motivazione principale, la spinta, il volano, era la voglia di “essere scelto” non per un prezzo accattivante, ma per l’unicità del prodotto e in generale di tutto il concept, in un’era in cui tutto si vende ovunque e a vincere è sempre e solo il prezzo più basso.

Forse non è andata esattamente così. Non è stato solo un processo matematico di domanda e risposta. Bah, non lo so. Un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

Fatto sta che sin da subito la mia idea di cucina si è incanalata verso la succulenta immagine di un panino.

Author Ettore Vivo

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